Tutte le persone tengono a mente le date a cui attribuiscono importanza; la data del matrimonio e/o del divorzio, la nascita dei figli, i compleanni di qualche parente o amico, le date delle ricorrenze che ci fanno tornare in mente forti emozioni. Come scordare il bacio rubato alla prima ragazza.
Una di queste date, per il sottoscritto, è il 19 gennaio 2006; in quel giorno, una domenica piovosa, arrivò inaspettato il tanto desiderato “bolide” ovvero la moto dei miei sogni: la fantastica Ural 750 modello Retrò.
La mia dolce metà, che non sapeva nulla dell’acquisto, rimase sbigottita. Non gradì affatto la sorpresa e con un muso lungo un chilometro riuscì solo a dire: sei un folle per fare un acquisto del genere, potevi cambiare la macchina e comprarti una spider se volevi guidare qualcosa di scoperto. Su questo “coso” che assomiglia più ad un triciclo che ad una moto non ci salirò mai.
Se avesse potuto l’avrebbe rispedita al mittente. Ma ormai il guaio l’avevo fatto. Per fortuna mia non si poteva tornare indietro.
Nel frattempo, almeno io, ero felice. Il mio sogno, quello di potere finalmente guidare una moto, di poter assaporare l’ebbrezza del vento che ti arriva in faccia si stava per avverare.
L’incaricato della consegna la scese gentilmente dal carrello e la sistemò in garage (naturalmente il giorno prima avevo sfrattato la macchina, una vetusta Golf 1600 del ‘98.
Dentro il garage mi descrisse sommariamente la componentistica della moto, come si avviava, come si cambiavano le marce, come si accendevano le varie luci. A causa della pioggia, quel giorno, non mi fu possibile apprendere quello che mi interessava di più e cioè i primi rudimenti di guida.
Dopo questa breve descrizione dei principali comandi della moto consegnai “povero me” il vaglia cambiario a saldo dell’acquisto, fatto preparare dalla banca qualche giorno prima.
Dopo un caldissimo caffè e una pasta di mandorla “siciliana” l’incaricato della consegna riprese la strada per Palermo (da dove era venuto la sera prima); quella stessa sera doveva riprendere il traghetto per Genova.
Dopo la sua partenza rimasi ad ammirare la “meraviglia” che mi aveva portato e come primo atto di fede mi accinsi ad asciugarla e lucidarla ben benino. Mia moglie, al solito molto ironica e pungente, mi disse: ti spaventi che gli venga il raffreddore?
Non badando a quello che diceva cominciai a fantasticare sulle lunghe passeggiate che avrei potuto fare nella primavera che si accingeva ad arrivare. Ma all’improvviso mi venne in mente l’ostacolo che si frapponeva tra me e le passeggiate che avevo in mente di fare; l’ostacolo era che, sino ad allora, non avevo mai guidato una moto in vita mia.
Non mi persi d’animo e già il giorno dopo, di prima mattina, telefonai a diverse scuole guida per conoscere se impartivano lezioni pratiche per potere condurre sidecar. Ma nessuna delle scuole interpellate aveva in programma tali lezioni. Addirittura la segretaria di una di queste mi disse: cos’è un sidecar?
A questo punto pensai di disturbare un vecchio conoscente che qualche anno prima mi aveva mostrato tutto orgoglioso la sua URAL 650 comprata di seconda mano; per fortuna avevo conservato il suo recapito telefonico.
Il sabato successivo fu ben lieto di venire; anche lui guardò con ammirazione il sidecar appena arrivato dicendomi che rispetto alla vecchia versione quella nuova appariva notevolmente migliorata.
In base a quello che vedeva capì che il nuovo modello di Ural era in grado di competere sia dal punto di vista meccanico che estetico con i veicoli concorrenti prodotti in Europa e America.
Naturalmente era ancora evidente lo scarso utilizzo di componenti elettronici ma, secondo me, questo è il vero fascino del mezzo che amiamo e che ci ricorda, più da vicino, i veicoli guidati dai nostri nonni nella prima metà del secolo passato.
Salimmo tutti e due nel triciclo (io naturalmente mi accomodai nel più sicuro seggiolino) e ci avviammo in un ampio spiazzale situato in un paesino poco distante. Così mi misi a percorrere tutto lo spiazzale in lungo e in largo, a fare prove d’abbordaggio di curve sia a destra che a sinistra; feci tantissime volte avanti e indietro mettendo lo stesso impegno che mette un ragazzo quando vuole imparare a guidare la bicicletta che i genitori gli regalano il giorno del compleanno.
In effetti, nello stesso spiazzale, c’era un padre che guardava con orgoglio il figlio guidare una di quelle mini moto che si regalano ai bambini un po’ più fortunati di tanti altri che addirittura sconoscono il significato della parola giocattolo.
Con il piccolo centauro più volte ci siamo quasi scontrati ma, per fortuna, riuscivo sempre a frenare in tempo e farlo passare avanti; come si suol dire “largo ai giovani”.
In quella lunga mattinata imparai ad usare la frizione, a cambiare le marce, a calcolare i tempi di arresto del sidecar alle varie velocità ecc. ecc.
L’amico, seduto ai bordi del marciapiede, si divertiva a guardarmi e ad incoraggiarmi. A suo dire, in questa prima fase di apprendimento, ero avvantaggiato rispetto ad un provetto motociclista perché non avevo mai guidato una moto in vita mia.
Dopo qualche ora decidemmo di tornare verso casa e l’amico ebbe il coraggio (io non l’avrei mai fatto) di farmi portare il sidecar; sicuramente capiva che se non prendevo subito confidenza con la moto, nel caotico traffico cittadino, difficilmente avrei potuto affrontare da solo la strada.
Pian piano riuscimmo ad raggiungere casa. Ero orgoglioso dell’impresa che riuscii a portata a termine poco prima dell’ora di pranzo.
L’indomani l’istruttore ritornò con un suo amico medico, anche lui provetto sidecarista ed anche lui curioso di conoscere quali accorgimenti aveva adottato la fabbrica russa per migliorare l’estetica e la meccanica del veicolo.
Nella pausa caffè mi invitarono a fare una passeggiata in gruppo e, con l’occasione, a pranzare in trattoria.
Gentilmente declinai l’invito perché né io né mia moglie eravamo ancora pronti ad affrontare da soli la strada, specialmente stando dietro ai loro bolidi, due imponenti Harley Davidson con carrozzini montati in Germania.
Nei mesi successivi il mio sidecar rimase parecchio in garage sia a causa del brutto tempo sia per la mia paura ad affrontare lunghi percorsi. La tensione che mettevo nella guida era così tanta che mi stancavo facilmente.
Riuscii a fare, prendendo coraggio, solo qualche giro in paese. Quando uscivo ero così concentrato a guidare che la sola cosa che notavo era lo stupore della gente nel vedere quel “coso” percorrere le strade cittadine.
L’unico inconveniente era quello d’incontrare qualche “scimunito” che, per sollecitarmi ad andare più veloce, mi suonava il clacson. Se avessi potuto l’avrei preso a bastonate.
Quando il clima divenne più mite la mia dolce “metà” si decise ad accompagnarmi nelle passeggiate domenicali. Anche Lei nelle prime uscite era tiratissima e preoccupata; comunque vedendo la prudenza con cui guidavo, a poco a poco, si rassicurò.
Le dava, come ancora aggi le dà, notevole fastidio sia il rumore del motore, vicinissimo all’orecchio sinistro di chi siede nel carrozzino, sia le occhiate delle persone che osservavano, ammirati, quell’inusuale mezzo meccanico percorrere le strade.
Ogni volta che riuscivamo a rientrare a casa, sani e salvi, si faceva il segno della croce come per dire “anche questa volta ce l’abbiamo fatta”.
La prima vera gita l’abbiamo comunque affrontata, dopo qualche mese; il 9 aprile partendo da Catania arrivammo ad Assoro (un bel paese in provincia di Enna) dove pranzammo in una trattoria in cui cucinavano da favola.
Al ritorno, ripercorrendo l’autostrada, cominciai a capire i limiti della mia Ural. Di sera con le luci in dotazione, nelle gallerie prive di illuminazione (un evviva ai nostri amministratori) non si vedeva un “tubo”.
Così i primi accessori che feci montare furono due bei fari supplementari piazzati ai lati di quello centrale che, nel frattempo, dotai di luci allo iodio. Contemporaneamente sostituii il clacson; il suono di quello montato dall’Ural era troppo basso e mi spaventavo di non riuscire a “rendermi visibile” nelle curve delle nostre strade di collina.
Dopo qualche settimana mi decisi a sostituire anche le frecce della moto che, di serie, ha solo i lampeggiatori di sinistra; quelli di destra erano montati nel carrozzino.
Senza entrambi gli indicatori di direzione la moto mi sembrava antiestetica; per questo motivo decisi di montare due coppie di frecce cromate tipo “bullet” a mio avviso abbastanza carine.
Per fortuna del meccanico e delle mie finanze la moto era già predisposta per questo tipo di cambiamento.
La domenica successiva con lo stesso gruppo di amici decidemmo di scalare l’Etna arrivando a quota 2000 circa. Lo spettacolo del litorale ionico da quell’altezza (in assenza di foschia si vede pure la Calabria) è indescrivibile. Lungo la strada sentivamo il profumo delle ginestre che si alternava sia all’odore della brulla roccia, ancora fumante, sia all’odore dei boschi che, improvvisamente, dopo una stretta curva, oscuravano il cielo inondando l’aria di un forte odore di resina.
L’ultima gita, che ho fatto in gruppo con gli altri due sidecar, la feci a metà maggio; pensammo di andare a Montevago (piccolo paese della provincia di Agrigento colpito qualche decennio fa da un terribile terremoto) dove un amico ci aveva parlato bene di un albergo dotato di una fonte d’acqua termale che sgorgava calda dalle viscere della terra; l’acqua, che finiva direttamente in due piscine, era utilizzata dai clienti per curare vari tipi di dolori “romantici”.
La gita durò purtroppo solo un fine settimana; purtroppo perché il posto era bellissimo e perché la distanza percorsa in moto (oltre 450 Km in due giorni) si rilevò eccessiva. La mia metà si ritirò con le orecchie che, a distanza di un giorno, ancora le rimbombavano.
Subito dopo decisi di migliorare la qualità degli accessori montati dalla fabbrica russa cambiando, per esempio, gli specchietti tondi che la moto aveva in dotazione perché sentivano troppo sia le vibrazioni del motore che il vento (si spostavano continuamente nonostante avessi cercato di bullonarli con più forza possibile.
Ho preferito montare quelli nuovi, un po’ più piccoli e rettangolari, su due raccordi anti vibrazione. In questo modo ho risolto il problema degli specchietti.
Un ulteriore passo avanti, più per estetica che per una necessità funzionale, sono state le borse poste lateralmente alla ruota posteriore della moto e una valigia che perfettamente si adatta al portapacchi cromato acquistato con la moto; sia le borse che la valigia li feci realizzare in cuoio, da una ditta di Palermo che scoprii tramite internet.
Lo scorso anno, per problemi personali di salute, sono stato costretto ad allontanarmi, anche se con tantissimo rammarico, dagli amici sidecaristi catanesi.
Per lo stesso motivo usai la moto solo in rare occasioni; riuscivo a fare soli brevi percorsi perché la cura, che portai avanti per tutto il 2007, mi causava notevole stanchezza ed apatia.
Mi accontentavo, di tanto in tanto, di ammirare la moto posata in garage, di salirle sopra e, ad occhi aperti, sognare strade senza fine che si snodavano tra boschi e campagne.
Il 31 dicembre ha festeggiato non solo il capo d’anno ma la fine di un incubo. Finalmente mi era tornata, forse più di prima, la gioia di potere essere in grado di uscire con la mia Ural.
Penso che oltre la mia testardaggine anche l’amore verso mia moglie, e verso il mio bolide abbiano contribuito a darmi la forza di superare un intero anno scandito da punture, pillole e dalla paura dei responsi dei risultati medici.
Quest’anno, avendo in programma di recuperare il tempo perduto e per cautelare mia moglie nei lungi tragitti, ho progettato e fatto realizzare da un giovane tappezziere, un’esclusiva cappotta.
Quelle che i concessionari mi avevano mostrato esteticamente non mi soddisfacevano.
Per questo motivo, con molta pazienza e preso dal desiderio di realizzare qualche cosa di esclusivo, ho abbozzato il progetto che pubblico, con tutti i particolari tecnici adottati, in un'altra pagine del sito.
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